♫ listening: Rise Against ~ Savior√ mood:assonnata
Quando mi sono loggata su splinder e ho cominciato a scrivere avevo in mente di dire cose completamente diverse.
Volevo raccontare un paio di menate su quello che mi sta succedendo ultimamente, tipo quanto schifo sia andato l'ultimo sabato, o che col Leonardo adesso vado in Inghilterra e che i responsabili del progetto sono degli emeriti idioti.
Poi ho ascoltato questa canzone, e ho letto il testo. Ed è successo qualcosa.
La canzone non è malaccio; cioè, c'è decisamente di meglio. Ma ti trasporta. Io non so dove sono finita, di certo molto lontana dal libro di fisica.
Qui non sono io che scrivo, ma è Mikowsky Eckart che parla (e prima o poi riuscirò a imparare il suo cognome), ma parla un po' anche Oushi. Non penso che a loro interessi il fatto di essere ascoltati o meno da qualcuno, discorrono tra loro, di problemi che non riguardano nessun altro all'infuori di loro. Per gli altri può essere anche un po' difficile capire.
Sto andando fuori di testa, e devo tagliare corto che altrimenti la "presentazione" diventa più lunga del testo stesso.
È la cosa più... vera che abbia scritto su di loro fino a questo momento, di getto, ascoltando quella canzone a palla per tutto il tempo (tutte cose che normalmente non faccio mai perché mi sconcentrano), per lo più riordinando idee sparse qua e là. Non potrò amare niente più di quanto non ami loro.
I suoi occhi erano del colore più straordinario che avesse mai visto. Definirli azzurri sarebbe stato inappropriato, quasi offensivo.
Erano trasparenti.
Due cristalli limpidissimi. Ogni volta che li guardava aveva paura che sarebbero andati in pezzi al prossimo battito di ciglia.
Li aveva pensati turchesi, poi diamanti, poi ghiaccio.
Il giorno che aveva posato le labbra sulle sue palpebre, una cosa l’aveva constatata.
Erano freddi come il ghiaccio.
Aveva pensato mille e mille volte che la odiava. Aveva pensato mille e mille volte che avrebbe voluto alzare la voce contro di lei, sentire il suo sguardo tagliente sulla pelle, finire a brandelli sotto quelle lame, ma scaricarle addosso tutta la frustrazione che tutto ciò che faceva e che diceva gli provocava.
Aveva pensato mille e mille volte che non avrebbe mai voluto – dovuto – incontrarla. Non chiedeva nulla dalla vita più di ciò che gli aveva dato fino allora. Non gli era mai interessato cambiare. Il suo mondo era piccolo, certo; ma non opprimente, quello non l’aveva mai pensato.
Aveva creduto mille e mille volte, ripetendoselo fino a che la testa gli scoppiava, che non ce l’avrebbe mai fatta a sopportarla, che sarebbe esploso prima o poi, che se ne sarebbe liberato prima o poi. Che sarebbe uscita dalla sua vita bruscamente come c’era entrata.
Aveva ragione, in qualche modo. Sarebbe successo.
Mai avrebbe pensato che una persona del genere – selvaggia, egoista, anarchica – sarebbe riuscita a entrare in sintonia con lui e il suo mondo.
Non ricordava il momento in cui aveva cambiato idea.
Quando aveva cominciato a capirla, forse, per la prima volta.
Durante quel temporale, probabilmente. Lei aveva dei capelli assurdi, un caschetto che non le sfiorava neanche le spalle e le stava addosso in maniera terribile. Aveva deciso che si sarebbe fatta crescere i capelli, dopo aver continuato a tagliarseli con le forbici per anni e anni tanto corti che a malapena le coprivano il cranio. Non capiva perché l’avesse deciso, così, all’improvviso. Doveva essere stato un istinto, un irreprimibile istinto al cambiamento. Era così che lei faceva. Improvvisamente, faceva qualcosa di assurdo, che tu non capivi e che forse non capiva neanche lei. Spesso faceva le cose a caso, e le scambiava per istinto. Come camminare sotto la pioggia scrosciante, i capelli tutti appiccicati alla faccia, rifiutando categoricamente qualsiasi riparo volessi offrirle.
Era durante un temporale che aveva cominciato a capirla, doveva essere così.
C’era una croce di legno in cima a una collina, con su scritto il nome di sua madre, morta bruciata in un incendio il giorno in cui suo padre se n’era andato e in cui lui aveva giurato di non andarsene mai più. C’era una croce di legno e un cumulo di ciottoli che trattava come fossero una tomba. Un mazzo di fiori di campo era sempre lì, in mezzo all’erba alta, sulla terra profumata. E un torrente. Era uno spuntone di terra sospeso sopra un ruscello. Ci venivano quando era piccolo, in bici o a piedi, e stavano lì un sacco di tempo, finché il sole non veniva giù e tutto prendeva fuoco. Finché la palla non scompariva da qualche parte e l’aria diventava fredda.
Anche se era solo un moccioso, l’aveva capito che quel posto era sempre stato importante per sua madre. Lì poteva evadere con la testa quanto voleva, se proprio con le gambe non ci riusciva. Il suo sogno era quello di andarsene un giorno. Lo guardava, gli sorrideva, e diceva che loro due se ne sarebbero andati via di lì un giorno. Quel giorno non era arrivato abbastanza in fretta, era arrivato prima suo padre con la sua gelosia e la sua tanica di benzina. Alla fine le aveva tarpato le ali completamente.
Quel giorno la pioggia veniva giù con tanta ferocia che sembrava proprio avercela con qualcuno. Lui l’aveva guardata e aveva pensato che sarebbe stata capace di far arrabbiare anche il tempo, quella lì.
Poi era corso fuori con un ombrello, un telone di plastica e delle cordicelle, perché si era ricordato all’improvviso della tomba. Lei lo aveva fissato mentre usciva, acquattata nell’oscurità. Non l’aveva proprio vista in faccia, ma sapeva che lo stava guardando.
Una sua occhiata intensa era come una coltellata alla schiena, sul serio.
Lo aveva osservato e dopo che si era sbattuto la porta dietro si era alzata – lei e i suoi capelli disordinati che ondeggiavano a ogni suo movimento – si era alzata e lo aveva seguito, senza prendersi la pena di usare un ombrello. Forse neanche si ricordava dove fossero.
Lui correva e annaspava nel fango, scivolava e si sporcava. Lei era troppo abituata a imbrattarsi da capo a piedi per farci caso. Aveva avvolto il nylon attorno al cumulo di ciottoli e alla croce e aveva legato tutto con un cordoncino. Però non ci stava. Il terreno era fangoso, cedeva. Lo sentiva, che la sua tomba stava precipitando giù. E lei lo guardava, pacificamente, senza muovere un dito.
Era vicinissimo al punto di rottura, si voltava a guardarla, le lanciava sguardi disperati, le chiedeva con tutto se stesso di venire lì e di aiutarlo a salvare la tomba di sua madre. La pioggia era troppo forte, non riusciva a vedere bene, non riusciva a farsi sentire, i vestiti gli stavano così aderenti alla pelle che stavano per entrarci sotto.
Ci mise un pezzo a muoversi in avanti. Un passo dopo l’altro, con una calma che lui scambiava per crudeltà e scerno, che gli bruciavano addosso come tizzoni ardenti infilati sotto la camicia. Credeva che avrebbe preso quella corda e l’avrebbe tirata, rendendosi utile, per una volta. Invece lo prese per una spalla e lo sbilanciò all’indietro, gettandolo senza troppi complimenti nella melma. Lo guardò di nuovo, forse, e senza fiatare sbatté la lurida suola del suo anfibio sulla croce e spinse. Franò tutto, cadde giù nel ruscello. Allora si voltò e lo prese per il colletto con tutte e due le mani, lo sollevò con una forza bestiale e lo fissò dritto negli occhi, trapanandogli testa e cervello e lui non pensò a nient’altro che a quanto fosse straordinario quel colore.
Gli disse che era un fallito, una schifosa merda senza palle e senza una ragione per vivere. Gli chiese se aveva voglia di finire giù assieme a tutte le sue fottutissime pere mentali, se aveva così tanta voglia di tornare da sua madre, perché non le sarebbe costato niente mandarcelo.
Lui una volta le aveva detto che non avrebbe mai avuto un futuro se continuava a fregarsene di tutto e di tutti, se continuava ad andare contro a tutto e tutti. Ma quello che non aveva un cazzo di futuro davanti, gli disse, era lui stesso. Lui che continuava a sorridere come un ebete di fronte a chiunque, così perso, affogato nella stupida routine quotidiana. Che continuava a rinvangare il passato, quello che non aveva fatto e quello che avrebbe potuto fare.
categorie: oni , scrittume

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